Gli effetti negativi delle punizioni corporali sullo sviluppo cerebrale dei bambini

Un recente studio pubblicato online dalla Cambridge University Press, condotto da ricercatori dell’Università canadese di Montréal, ha messo in luce come le pratiche genitoriali caratterizzate da sberle, maltrattamenti e altre punizioni corporali nei confronti di bambini abbiano un peso specifico nello sviluppo cerebrale e possano causare diversi danni.

Non si tratta di un singolo ceffone, bensì di una genitorialità dura che si protrae nel tempo e che riconosce come metodo educativo pratiche il cui fulcro verte sull’incutere paura o terrore.

Infatti, arrabbiarsi di continuo, urlare contro i figli e ricorrere a ceffoni e sculacciate ogni qualvolta si ritenga utile sarebbe collegato anche a strutture cerebrali di dimensione ridotta nell’adolescenza e all’aumento della sintomatologia ansiosa.

Quasi sicuramente, un bambino che vive in un ambiente dove vigono queste modalità, andrà incontro a ripercussioni a lungo termine per quel che riguarda lo sviluppo di alcune zone del cervello, nello specifico l’amigdala e la corteccia prefrontale.

Questo è quanto afferma il nuovo studio, il cui obiettivo è stato quello di monitorare i bambini fin dalla nascita per individuare le correlazioni tra le pratiche genitoriali rigide, l’ansia dei bambini e l’anatomia del loro cervello.

Tuttavia le implicazioni vanno oltre i cambiamenti che si possono riscontrare nel cervello. 

E’ importante piuttosto sensibilizzare affinché vengano sostituite le punizioni corporali con pratiche genitoriali che possano davvero educare e non incutere solamente paura, per uno sviluppo sano del bambino e di conseguenza della società in cui viviamo.

Si parla sia di sviluppo cerebrale sia di sviluppo a livello sociale ed emotivo.

Ad oggi, nonostante queste pratiche siano vietate in 53 Paesi del mondo, esse sono ancora considerate socialmente accettabili in molti Paesi e dalla maggior parte delle persone in Canada.

L’anatomia delle emozioni

Dal punto di vista neurobiologico, le emozioni sono particolari risposte a degli eventi personali caratterizzati da vissuti soggettivi e modificazioni biologiche.

La struttura nervosa che rappresenta la base neurologica per eccellenza degli stati emotivi e in particolare per quel che riguarda rabbia e paura è l’amigdala.
L’amigdala gioca un ruolo chiave soprattutto nella gestione dell’ansia, e la sollecitazione eccessiva nei primi 4 anni di vita si configura come un fattore di rischio per lo sviluppo di ansia e depressione in età adulta.
Il lobo prefrontale invece si occupa della gestione della reattività e dunque è implicato nell’organizzazione della risposta comportamentale. Diversi studi hanno dimostrato che i bambini che hanno subìto pratiche punitive violente e repressive da parte dei genitori, sviluppavano quest’area cerebrale in maniera anomala, il che provocava una difficoltà nella gestione della reattività ed emotività anche in età adulta.

Inoltre, dallo studio si sono evidenziate ripercussioni anche in termini di riduzione delle dimensioni delle strutture cerebrali. Alcune regioni del cervello di adolescenti sottoposti ripetutamente a dure pratiche genitoriali erano più piccole, similmente a ciò che si vede nelle vittime di gravi atti di abuso.

Quali modalità educative adottare di fronte a comportamenti disfunzionali dei figli?

Sicuramente lo strumento principale di educazione resta una buona comunicazione, sia verbale che non, attraverso l’ascolto attivo ed empatico e soprattutto attraverso la coerenza delle regole da parte di entrambi i genitori, che devono essere chiare, condivise e partecipate. 

L’incoerenza da parte dei genitori, infatti, rischia di creare un conflittualità nel bambino e un uso strumentale nello scegliere a chi rivolgersi per ottenere qualcosa.

Lo stile genitoriale più adeguato, dunque, per uno sviluppo e una crescita equilibrata del bambino è quello autorevole, tramite cui impartire poche ma chiare norme di comportamento con un atteggiamento assertivo non invadente o restrittivo.
Dopo aver appurato mediante diversi studi che sberle, sculacciate e ceffoni utilizzati ripetutamente non producono l’effetto desiderato, anzi, compromettono il benessere del bambino, è necessario capire quali alternative è possibile adottare per gestire questi comportamenti.

Da un lato c’è ancora chi sostiene l’uso della punizione in termini di privazione di un beneficio, ad esempio privare un bambino di giocare ai videogames a seguito di un comportamento negativo, dall’altro possiamo evidenziare alcuni punti da seguire per produrre un cambiamento e far comprendere al bambino la malefatta.

1) Instaurare un rapporto di fiducia col proprio figlio, far notare il comportamento errato con un tono fermo e severo e indurlo a riflettere sull’errore commesso;

2) Porsi in ascolto attivo, cercando di farsi spiegare dal proprio figlio cosa lo ha spinto a compiere quella determinata cosa;

3) Mettergli davanti le possibili conseguenze del comportamento messo in atto e offrirgli la possibilità di rimediare.

Infine, sicuramente, alla base di un buon insegnamento c’è sempre un buon esempio, perché “I bambini non ascoltano quello che dici, ma vedono quello che fai”.

1 thought on “Gli effetti negativi delle punizioni corporali sullo sviluppo cerebrale dei bambini”

  1. Un articolo che non si limita a chiarire in termini tecnici il danno prodotto da un cattivo modo di educare, ma si pone accanto ai genitori cercando di dare dei giusti suggerimenti di comportamento. Brava psicologa.

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