Scoperto il meccanismo dell’Alzheimer da un Team Italiano

Roma, 27 marzo – Un team italiano ha trovato il meccanismo di perdita di memoria nella malattia di Alzheimer, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease in un anticipo che potrebbe rivoluzionare la diagnosi precoce e le opzioni di trattamento.

Il test su 110 pazienti di due ricercatori italiani dell’Università di Sheffield, nel Regno Unito

Il team ha stabilito il ruolo chiave di una piccola parte del cervello, l’area tegmentale ventrale (VTA), che rilascia l’importante neurotrasmettitore dopamina.

Se il VTA non funziona correttamente, i banchi di memoria del cervello nell’ippocampo sono danneggiati e il cervello non ha la capacità di immagazzinare ricordi e imparare, ha detto il team.

Se questa zona, che si occupa del rilascio di dopamina, una importante neurotrasmettitore del cervello, funziona poco, ne risente il ‘centro’ della memoria, l’ippocampo, quindi la capacità di apprendere e ricordare.

“La dopamina è necessaria a tutto il cervello – spiega D’Amelio professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia al Campus Bio-Medico, il primo a capire l’importanza di questo neurotrasmettitore nell’Alzheimer – . Assolve funzioni diverse a seconda di dove rilasciata, nell’ippocampo è collegata alla memoria. Viene prodotta da neuroni che si trovano nel mesencefalo. In questo caso viene rilasciata in aree del cervello coinvolte in funzioni non motorie che vanno dalla regolazione dell’umore alla memoria. Se il meccanismo non funziona, il paziente non riesce più a ricordare quello che accada e si ammala”.

“La nostra scoperta indica che se una piccola area di cellule del cervello,  l’area tegmentale-ventrale, non produce la corretta quantità di dopamina da fornire all’ippocampo, un piccolo organo situato dentro il lobo temporale, in questa situazione quest’ultimo non funziona più in modo efficiente – spiega Annalena Venneri dello Sheffield Institute for Translational Neuroscience (SITraN) e autrice dello studio – .L’ippocampo è associato con la formazione di nuovi ricordi, per questo questa scoperta è cruciale per la diagnosi precoce dell’Alzheimer. Il risultato mostra un cambiamento che scatta repentinamente e che può innescare l’Alzheimer. Questo è il primo studio al mondo che è riuscito a dimostrare questo collegamento negli esseri umani”.

A confermare i risultati di una prima ricerca sui topi da laboratorio, realizzata da Marcello D’Amelio dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, uno studio sull’uomo di due ricercatori italiani dell’Università di Sheffield, nel Regno Unito. Il risultato di quest’analisi su 110 persone potrebbe rivoluzionare diagnosi e cure di questa patologia.

 

 

 

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